Nella sua ultima apparizione televisiva il leader di Hazbollah, Nasrallah, ha dichiarato che se avesse saputo che la reazione di Israele sarebbe stata così devastante, non avrebbe ordinato di rapire i due militari israeliani.
La dichiarazione chiarisce bene il rapporto tra etica, politica, strategie militari, opportunismi più o meno personali, che si nasconde dietro il comportamento di coloro che molto spesso, con le loro azioni, determinano le sorti di milioni di persone.
Un comportamento che, in fondo, non si discosta molto da quello dei delinquenti comuni.
In sostanza, cioè, Nasrallah ha candidamente ammesso che rapire qualcuno (ma anche lanciare un razzetto ogni tanto, così per passare il tempo e farsi sentire: come dare una telefonata) non è un atto immondo e criminale: è solamente un azzardo nel caso la parte lesa si incazzi di brutto e gli faccia un culo così.
Questo è ciò che ha rischiato Hezbollah (e, di conseguenza, il Libano), e che forse si sarebbe consumato fino alle estreme conseguenze se non fosse intervenuta la comunità internazionale.
Su questa falsariga, è praticamente uno scherzo trovare in giro gente disposta a dar fuoco alle polveri di conflitti religiosi, interetnici, economici o personali e trasformarli in guerre di posizione interregionali per sedare le quali si deve rischiare la vita di altri esseri umani e sperperare milioni di euro che potrebbero essere destinati a ben più nobili scopi.
Ma se a (quasi) tutti va bene così...