giovedì, 26 luglio 2007

Il Tour di V'inokoulov

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categoria:sport, cronaca, humour, satira, doping
lunedì, 28 maggio 2007

Basta! Non ce la faccio più a sopportare il peso del rimorso e della vergogna. Ora che hanno confessato alcuni dei “grandi” del ciclismo, non riesco più a tenere sullo stomaco questo macigno. Lo ammetto: anch’io mi sono dopato.
Una sola volta, lo giuro. Trascinato e poi travolto dagli avvenimenti. Il vedere gli avversari andare più forte. Desiderare per una volta vincere qualcosa. La sensazione che sarebbe stato sufficiente un “aiutino” per completare il lavoro svolto con gli allenamenti durissimi.
E allora l’ho fatto. E’ stato persino più semplice di quanto pensassi. Non volevo andare da un medico per non essere schedato e finire alla mercé di chi avrebbe potuto in qualsiasi momento fare il mio nome.
Così ho fatto da solo. Anzi, con l’aiuto di Internet. Lì ho trovato le indicazioni giuste per capire di cosa avevo bisogno e come somministramelo. E lì (può sembrare allucinante ma è così) ho trovato anche chi mi ha fornito il necessario per doparmi.
Avevo sentito parlare di certe sacche di sangue. E c’erano alcune ditte che le recapitavano direttamente a casa, in maniera anche anonima e in pochi giorni. Ne ho scelto una, quella che mi sembrava più affidabile. Italiana. Ho ordinato cinque sacche. E me le sono somministrate.
Lentamente. Con fatica. Perché tutto mi sembrava disgustoso. Ho rischiato più volte di vomitare mentre le assumevo. L’ho fatto un’ora prima di una gara impegnativa, con tre salite durissime affrontate sotto i 35 gradi di un sole assassino di fine luglio.
Ho cominciato ad accusare forti dolori allo stomaco sulle rampe della prima ascesa, ma ho resistito, fiducioso che tutto sarebbe passato nel giro di pochi minuti. Intanto, gli avversari cominciavano a staccarmi.
La discesa seguente, esponendomi al freddo dei 1800 metri di altitudine, mi ha dato il colpo di grazia. E dopo due chilometri della seconda salita sono stato costretto a scendere dalla bicicletta, ad appoggiarmi ad un albero ai margini della strada e lì, in completa solitudine e frustrazione, mentre tutti gli avversari viaggiavano una mezza dozzina di minuti più avanti, mi sono piegato in due e ho vomitato ripetutamente.
In quel momento, squassato dal pianto e dal rimorso, ho pensato alla solenne cazzata che avevo fatto, ai rischi inutili e assurdi che avevo corso, ho ringraziato il cielo per non averci lasciato la pelle e ho giurato solennemente: "Non mangerò mai più cinque sanguinacci un’ora prima di una competizione agonistica".

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