In origine fu il “Patto della crostata”, l’accordo sulla legge elettorale a doppio turno siglato nel 1997, a casa di Gianni Letta, da Berlusconi, D’Alema, Fini, Marini, Salvi ed altri con il suggello della condivisione di una fetta del classico dolce.
Poi, se non ricordo male, si parlò di un “Patto del caminetto”, altrettanto degno suggello ad un’intesa di grande spessore politico.
Quindi ci fu il “Patto dello Sciacchetrà”, il pranzo del 14 gennaio 2005 a palazzo Chigi durante il quale si siglò il tacito accordo fra l’allora governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, e Silvio Berlusconi, che venne “bagnato” da un brindisi con il preziosissimo vino passito delle Cinque Terre offerto dal senatore forzista spezzino Luigi Grillo, che su quelle colline a picco sul mare ha una fiorente azienda vinicola.
Oggi le cronache battezzano già come “Patto dei Parioli” l’intesa antiberlusconi siglata tra Fini e Casini nell’elegante casa di quest’ultimo in uno dei quartieri più lussuosi di Roma.
Se è vero che anche i nomi hanno la loro importanza nel collocare gli avvenimenti nel loro contesto, forse anche questo è un sintomo della distanza siderale che divide la classe politica dalla gente comune.
Personalmente, guarderei con più simpatia e indulgenza ad un “Patto delle prugne cotte”, ad un “Accordo del panino con la mortadella”, ad un “Contratto del Lambrusco” e persino ad un’”Intesa del microonde”, magari siglata in un bilocale in affitto di un quartiere della periferia romana o milanese.
Ma capisco che sarebbe difficile portarci un qualsiasi deputato della repubblica italiana.