Nella sua ormai quotidiana campagna di ampio respiro riformista-progressista, il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha deciso di mettere al bando le parole straniere e invitato i responsabili delle varie strutture statali ad utilizzare tutti i mezzi affinché nel Paese venga ripristinato l’uso della lingua persiana.
Così, per fare un esempio, le cronache anticipano che la pizza verrà chiamata “pane elastico”, senza azzardare ipotesi sulle connotazioni che assumeranno le variazioni sul tema (quattro stagioni, calzone, ecc.)
L’idea non è malvagia. Per restare in tema, la pastasciutta potrebbe diventare “fili interdentali colorati e lubrificati”, mentre i Cd-Rom potrebbero essere tradotti in “dischi gitani che ruotano” e il computer sarebbe allora un “pallottoliere a numerazione binaria”.
Il rischiosissimo bikini si trasformerebbe in "un efficace strumento di suicidio”, mentre Israele resterebbe comunque “la casa di produzione autrice della più famosa fiction sulle discriminazioni razziali”.
Che dire? Memore del fatto che con l’illuminato Ahmadinejad bisognerà comunque prima o poi sedersi ad un tavolo per parlare seriamente anche di cosucce di secondaria importanza come uranio più o meno arricchito e ordigni nucleari, non mi chiuderei nella disperazione più nera se un giorno o l’altro la sua “grotta posteriore parzialmente circondata di peli” venisse incidentalmente esplorata a fondo da una “supposta metallica vagante di congrue dimensioni che all’impatto fa boooom!”.
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Dopo l’approvazione, da parte del Senato, dell’indulto, il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ha dedicato la sua personale vittoria “a quel grande Papa che fu Giovanni Paolo II”.