Un po’ d’aiuti frutto delle campagne umanitarie internazionali sono arrivati.
Molti sono finiti, come al solito, nelle mani sbagliate.
Le associazioni che operano nelle aree colpite dicono che, seppur lentamente, la ricostruzione infrastrutturale procede.
Per le ferite aperte dalla tragedia nelle anime dei sopravvissuti, purtroppo, non esistono punti di sutura efficaci.
La solidarietà di chi laggiù è ancora presente, però, apporta un minimo di conforto.
La memoria storica collettiva, se sostenuta dagli spropositati mezzi di comunicazione in tempo reale a disposizione della società dell’informazione, potrebbe servire a scongiurare il ripetersi di simile sciagure, o quantomeno a limitarne gli effetti.
Intanto, nell’area di Banda Aceh, tradizionalmente impraticabile perché teatro di una lunga guerra fra bande, sembra sia tornata la pace: le associazioni umanitarie vi operano regolarmente.
Paradossale esempio di come l’uomo dimostri più difficoltà nel gestire i rapporti con i suoi simili nella quotidianità che nella tragica emergenza.
E che, incapace di condividere ciò che ha, attenda che sia distrutto (o lo distrugga di persona) prima di difendere insieme agli altri il nulla.
Domani le foto in ricordo dell’evento saranno di nuovo su tutti i quotidiani.
Facciamo in modo che voltandole non ci rimanga solo il retro bianco con la scritta “carta Kodak”.