Una leggerissima discrasia
Siamo sull'orlo del collasso economico-finanziario con un debito pubblico e un deficit da urlo.
I disoccupati ormai rinunciano persino a mettersi in coda davanti agli sportelli delle Agenzie del lavoro perché sanno che un lavoro non lo troveranno mai.
La nostra credibilità a livello internazionale, supportata anche dalle ultime performance del caso Antonveneta, è sotto lo zero.
Il lavoro nero attrae migliaia di disperati che rischiano la vita prima per attraversare il Mediterraneo, poi nelle aziende illegali dove trovano una sistemazione di fortuna (fortuna per i titolari, naturalmente).
I giudici scendono in sciopero perché non credono nella riforma della giustizia.
I cittadini comuni nella giustizia hanno già smesso di crederci da un po', ma non possono scendere in sciopero.
I giovani più brillanti se ne vanno a lavorare all'estero perché in Italia senza un santo nel paradiso della politica o un parente stretto in qualche consiglio di amministrazione non si trova neppure un posto da "letturista" trimestrale dei contatori dell'acqua.
La ricerca mantiene questo nome solo perché in effetti i neo-laureati continuano a cercarla, ma giace abbandonata nei seminterrati di qualche polo universitario.
Ogni tanto il Governo stanzia qualche milione di euro per rifinanziare la missione in Iraq e nei nostri ospedali i pazienti (mai termine fu più azzeccato) devono portarsi da casa medicinali, bende, cerotti e tra un po' gli chiederanno di lavarsi le lenzuola.
Tre o quattro regioni del sud, senza bisogno della Lega, hanno applicato già da tempi storici il federalismo, consegnando la gestione del bene pubblico e del territorio alla malavita organizzata.
Come unici rivali sembrano avere gli stessi partiti, che, una volta al potere, si dividono ecumenicamente tutte le cariche e gli emolumenti a disposizione in enti di vario grado e consigli di amministrazione di società a partecipazione pubblica.
Si potrebbe continuare. Ma già questo mi sembra sufficiente a dare l'idea di che Italia sia quella in cui viviamo.
Di fronte a questo sfascio, gli esponenti politici, a modo loro, lavorano, intavolando imperdibili discussioni su temi affascinanti e coinvolgenti per la gente comune che a stento arriva a fine mese come:
Ritorna o meno la questione morale?
Centro-sinistra con il trattino o senza trattino?
C'è spazio al centro? E se sì, ci entrerebbe un "grande centro"? (“No – verrebbe da rispondere - al centro non c’è più spazio. Ormai ce l’avete messo dentro troppe volte per farci entrare ancora qualcosa”).
E se rinasce il centro, la sinistra e la destra meno estremiste dove si collocano? E poi, queste forze estremiste, sono o non sono forze di governo o solo d’opposizione?
E queste primarie nel centrosinistra, le facciamo oppure no?
E chi si candida? Solo Prodi che è il candidato "naturale" ma come i figli naturali poi non tutti lo riconoscono?
E nel centrodestra, la mettiamo su oppure no questa lista unica?
E chi deve essere il candidato premier? Berlusconi che sta perdendo consensi ma recuperando capelli? Casini che Berlusconi crede suo figlio solo perché si chiama Pierferdinando? O Formigoni che a questo punto, trascorsa una decina di Meeting dell’amicizia di Rimini, dovrebbe aver finalmente perso la verginità?
E i disobbedienti che sfasciano tutto in strada e disobbediscono (chiaramente) a tutti quando sono in piazza (preferibilmente con un passamontagna calato sul volto), non è che una volta a casa fanno gli zerbini di mogli, conviventi e fidanzate, e vanno a prendere il latte se mandati dalla mamma?
Davanti a tutte queste domande, che dire? Ancora una volta, ai “poster” (quelli elettorali, che tra qualche mese ci rovineranno le passeggiate in centro) l’ardua sentenza!